Era anelito religioso corroborato dalla speranza, era il sacro graal della scienza. Le nostre ambizioni in corsa su un ottovolante: un mito della creazione trasformato in realtà, un atto di mostruoso narcisismo. Non appena divenne fattibile non ci restò altra scelta che provarci, e al diavolo le conseguenze. A dirla nel piú nobile dei modi, cercavamo di sottrarci alla nostra condizione mortale, di affrontare se non di sostituire la divinità con un io esemplare. In parole piú povere, intendevamo ideare una versione migliore e piú moderna di noi stessi e gioire del trionfo dell’estro, del brivido della nostra maestria. Nell’autunno del ventesimo secolo finalmente accadde, il primo passo verso la conquista di un sogno antico, l’inizio di un lungo insegnamento in base al quale ci saremmo detti che, per quanto complicati fossimo, per quanto imprecisa e difficile risultasse la descrizione dei nostri gesti e comportamenti, anche i piú banali, potevamo essere imitati e perfezionati. E io ero presente in quell’alba gelida: un giovane e smanioso pioniere dell’adozione.
note:
Macchine come me, Ian McEwan (2019)
(Einaudi, 2019, 281 pagg.
traduzione di: Susanna Basso - titolo originale: Machines Like Me and People Like You
13 aprile 2020
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