24 luglio 2016

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Lo chiamavano Moshè lo Shammash, come se dalla vita non avesse avuto un cognome. Era il factotum di una sinagoga chassidica. Gli ebrei di Sighet-questa piccola città della Transilvania dove ho trascorso la mia infanzia-gli volevano molto bene. Era molto povero e viveva miseramente. Di solito gli abitanti della mia città, anche se aiutavano i poveri, non è che li amavano tanto: Moshè lo Shammash faceva eccezione. Non dava fastidio a nessuno, la sua presenza non disturbava nessuno. Era diventato maestro nell’arte di farsi insignificante, di rendersi invisibile.

note: La notte, Elie Wiesel (1958)
(Giuntina, 2015, 112 pagg., traduzione di Daniel Vogelmann, tit. orig. La nuit)

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