Lo chiamavano Moshè lo Shammash, come se dalla vita non avesse avuto un
cognome. Era il factotum di una sinagoga chassidica. Gli ebrei di
Sighet-questa piccola città della Transilvania dove ho trascorso la mia
infanzia-gli volevano molto bene. Era molto povero e viveva
miseramente.
Di solito gli abitanti della mia città, anche se aiutavano i poveri,
non è che li amavano tanto: Moshè lo Shammash faceva eccezione. Non dava
fastidio a nessuno, la sua presenza non disturbava nessuno. Era
diventato maestro nell’arte di farsi insignificante, di rendersi
invisibile.
note: La notte, Elie Wiesel (1958)
(Giuntina, 2015, 112 pagg., traduzione di Daniel Vogelmann, tit. orig. La nuit)
24 luglio 2016
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento