13 gennaio 2013

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Nella vita mi sono svegliato più di una volta sentendomi la morte addosso. Ma niente mi aveva preparato a quel primo mattino di giugno in cui ripresi conoscenza con la sensazione di essere incatenato al mio stesso cadavere. Sembrava che mi avessero svuotato l’intera cavità toracica per riempirla di cemento a presa lenta. Mi sentivo vagamente respirare, ma non riuscivo a riempirmi d’aria i polmoni. Il mio cuore batteva troppo forte o troppo piano. Ogni movimento, anche minimo, andava premeditato e pianificato. Con uno sforzo sovrumano attraversai la stanza dell’albergo di New York in cui mi trovavo e chiamai il pronto soccorso. Arrivarono con grande celerità e si comportarono con estrema cortesia e professionalità. Feci in tempo a domandarmi a cosa servissero tanti stivaloni ed elmetti e tutto quell’armamentario pesante, ma rivedendo la scena a posteriori mi rendo conto adesso che si è trattato di una deportazione ferma e gentile dal paese dei sani oltre il desolato confine della terra della malattia. Nel giro di poche ore, dopo un cospicuo intervento d’urgenza sul mio cuore e i miei polmoni, i medici di quel triste posto di frontiera mi mostrarono qualche altra cartolina dall’interno dicendomi che la tappa successiva sarebbe stata da un oncologo. Sulle lastre si allungava come una specie di ombra.

note: Mortalità, Christopher Hitchens (2012)
(Piemme, 2012, 99 pagg., traduzione di Sara Puggioni e Annalisa Carena, tit. orig. Mortality)

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