Il cimitero della nostra città (giacché per tutti vi è una città dove dormire), sembra un grande campo di margherite; l’erba vi cresce alta, e, se anche da qualche tomba nel grande campo è stata tagliata o sradicata, non tarda per questo a ricrescere – fu qui che io fui sepolto all’inizio della primavera dell’anno che non ricordo e che sarebbe inutile ricordare, ed è qui che le giornate trascorrono, infinitamente brevi, pur nella serena oscurità di questa tomba.
Essa si trova alla parte opposta dell’entrata, ma un po’ a sinistra, quasi al termine di uno di quei quattro lunghi porticati che cingono il campo. Non c’è posto migliore di questo per chi volesse attendere, paziente, il giorno;
qui è ancora buio quando l’alba delinea con i suoi riflessi i pinnacoli a vetrate della chiesa, ed è appena un po’ più chiaro, quando il sole (esso sorge grande, alle mie spalle) li fa scintillare.
Da allora per tutto il resto del giorno questa zona rimane in ombra, ma al tramonto la luce arriva un poco anche qui e, dall’istante in cui ha toccato questo spiraglio, la sua intensità diminuisce a grado a grado; i pinnacoli perdono la loro linea e l’erba è come paralizzata nell’attesa dell’oscurità crescente.
Per tutto il tempo intermedio che è la notte questo pure sarebbe il luogo migliore per uno che volesse essere lasciato in pace; non c’è movimento alcuno che potrebbe turbare la quiete dei suoi pensieri, fuorché, beninteso, il moto delle stelle; ma anche questo è tale, come si è detto, da non produrre alcun suono.
A volte, però, come accade, anche qui piove, ed il vento soffia, ininterrotto per ore e ore.
note:
I movimenti remoti, Goffredo Parise (1948)
(Fandango Libri 2007), 101 pagg., a cura e con un saggio di Emanuele Trevi.
28 aprile 2009
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